HLH in terapia intensiva: qual è il momento giusto per iniziare il trattamento?
Il timing di inizio del trattamento nei pazienti adulti con HLH ricoverati in terapia intensiva rappresenta una delle sfide cliniche più complesse nella gestione di questa sindrome iperinfiammatoria.
In assenza di un intervento tempestivo, l’HLH può evolvere rapidamente verso insufficienza multiorgano e decesso, rendendo necessario un approccio decisionale rapido anche in condizioni di incertezza diagnostica.
Lo studio: cosa sappiamo sul timing del trattamento della HLH in terapia intensiva
Uno studio retrospettivo francese condotto da Jérôme Carvelli e colleghi, pubblicato su Shock nel 2025, ha analizzato 27 pazienti adulti trattati per HLH in terapia intensiva nell’arco di dieci anni (2014–2024).
Sono stati inclusi esclusivamente pazienti con HScore >215, uno strumento validato che stima la probabilità di HLH/MAS sulla base di nove parametri clinici, biologici e citologici.
Un valore superiore a 215 corrisponde a una probabilità diagnostica maggiore del 95%, garantendo così un’elevata specificità nella selezione dei casi clinici.
Chi sono i pazienti con HLH ricoverati in terapia intensiva
Per comprendere appieno il contesto della ricerca clinica effettuata dal gruppo francese, è utile analizzare le caratteristiche dei pazienti con HLH ricoverati in terapia intensiva.
Si tratta generalmente di adulti che presentano una risposta iperinfiammatoria sistemica sostenuta da una marcata attivazione immunitaria (“tempesta citochinica”), che conduce a insufficienza d’organo.
Le cause sono eterogenee e includono:
- infezioni
- neoplasie ematologiche (in particolare linfomi)
- malattie autoimmuni
- condizioni autoinfiammatorie
Questa variabilità eziologica pone il medico di terapia intensiva di fronte a un dilemma cruciale: iniziare tempestivamente un trattamento per contenere il rapido deterioramento clinico oppure attendere i risultati degli esami diagnostici che potrebbero orientare verso una terapia più mirata, capace di rimuovere la causa.
I risultati dello studio: intervenire prima migliora la prognosi
I risultati dello studio suggeriscono che il timing del trattamento rappresenta un fattore determinante per la prognosi.
Nei pazienti trattati prima della necessità di supporto d’organo invasivo (ventilazione meccanica invasiva, vasopressori o terapia sostitutiva renale) è stata osservata una mortalità inferiore rispetto a quelli trattati in fase più avanzata, quando tali supporti erano già necessari.
Poiché non sono emerse differenze significative tra i gruppi in termini di età, eziologia o caratteristiche cliniche, gli autori attribuiscono il diverso esito principalmente alla gravità al momento dell’inizio della terapia.
Questi dati supportano l’idea che l’avvio del trattamento dell’HLH in terapia intensiva debba essere considerato una urgenza clinica, da attuare prima dello sviluppo di insufficienza multiorgano avanzata.
Quali segnali clinici devono far considerare un trattamento precoce
In quest’ottica, la decisione terapeutica dovrebbe essere guidata soprattutto dalla comparsa di segni precoci di disfunzione d’organo, quali:
- incremento del fabbisogno di ossigeno
- instabilità emodinamica
- deterioramento della funzione renale
Anche alterazioni della funzione epatica, come:
- riduzione del tempo di protrombina
- riduzione del fattore V
- iperbilirubinemia
e la comparsa di coagulopatia, in particolare ipofibrinogenemia, devono essere considerate segnali di allarme che richiedono un’attivazione tempestiva del trattamento.
Quali strategie terapeutiche sono oggi disponibili
Per quanto riguarda la strategia terapeutica, il trattamento della causa della HLH, inclusa una terapia antimicrobica empirica quando indicata, rimane prioritario.
Tuttavia, quando questo non è immediatamente definibile, è necessario ricorrere a un trattamento “ponte” antinfiammatorio.
I corticosteroidi rappresentano spesso la base della terapia, ma raramente risultano sufficienti nelle forme severe.
L’etoposide è ampiamente utilizzato, soprattutto nelle forme associate a neoplasie, ma è gravato da una significativa tossicità.
In questo contesto, gli inibitori delle citochine (come antagonisti dell’IL-1 o gli inibitori di JAK) emergono come opzioni promettenti nelle fasi precoci, sebbene le evidenze comparative restino limitate.
Conclusioni
Nei pazienti con HLH ricoverati in terapia intensiva, il momento di inizio del trattamento è un fattore critico per l’esito clinico.
Lo studio evidenzia come intervenire precocemente, prima della necessità di supporti invasivi, consenta un significativo guadagno in termini di sopravvivenza nell’HLH dell’adulto.
Questo rafforza il concetto che, in terapia intensiva, il trattamento dell’HLH debba essere considerato una vera urgenza clinica.
Bibliografia
- Carvelli J, Bichon A, Cauchois R, et al. Treatment of Hemophagocytic Lymphohistiocytosis in the Intensive Care Unit: Too Late After Resorting to Invasive Organ Supports? Shock. 2025;64(3):332-337.
Consulta l’articolo - Fardet L, Galicier L, Lambotte O, et al. Development and validation of the HScore, a score for the diagnosis of reactive hemophagocytic syndrome. Arthritis Rheumatol. 2014;66(9):2613-2620.
Consulta l’articolo - La Rosée P, Horne A, Hines M, et al. Recommendations for the management of hemophagocytic lymphohistiocytosis in adults. Blood. 2019;133(23):2465-2477.
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