Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche spegne il fuoco dell’HLH

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche spegne il fuoco dell’HLH

In un recente articolo pubblicato nel 2018 dalla rivista Biol. Blood Marrow Transplant, sono emersi aspetti fondamentali del trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche  (HSCT), in pazienti HLH trapiantati in Italia e selezionati attraverso il registro italiano HSCT dell’AIEOP tra il 2000 e il 2014. Il gruppo di 109 pazienti è stato sottoposto a 126 procedure di HSCT. La maggior parte dei pazienti al momento del trapianto aveva un’età media di due anni ma sono stati inclusi anche adulti di venti anni.
La prima valutazione che emerge dalla pubblicazione scientifica è che l’HSCT è in grado di curare i due terzi dei malati di HLH indipendentemente dal background genetico con una sopravvivenza stimata a 5 anni del 60%. La seconda valutazione riguarda il “quando” procedere con il trapianto soprattutto nei casi di malattia, “attiva”. Generalmente si utilizza una terapia “d’urto” per ottenere la remissione della HLH prima del trapianto. Gli autori, invece hanno evidenziato che il trapianto in pazienti con malattia attiva non è associato a esiti avversi. Al contrario, posporre il trapianto per periodo più lungo di sei mesi dalla diagnosi è associato a prognosi peggiori. Gli autori suggeriscono di applicare la migliore terapia possibile per ottenere un adeguato controllo della malattia senza però posticipare il trapianto oltre i sei mesi dalla diagnosi.

La terza analisi è legata ai regimi di condizionamento con chemioterapici usati per eliminare le cellule immunitarie del paziente, prima del trapianto. E’ nota la grande tossicità di questi trattamenti tanto che da più parti si evoca l’utilizzo di regimi di condizionamento d’intensità ridotta. In quest’ottica gli autori hanno voluto confrontare le tradizionali terapie basata sul bulsulfan e sul treonsulfan con una terapia di condizionamento ridotta basato sulla fludarabina. Non sono state osservate differenze significative tra i tre regimi, sebbene siano stati ottenuti risultati migliori con il treonsulfan come indicato dal numero minore di trapianti falliti (5%) o di recidive (10%). Gli autori però sollecitano nuove indagini cliniche per chiarire definitivamente l’efficacia delle terapie di condizionamento ridotto. L’ultimo risultato rilevante dell’articolo riguarda il tipo di cellule staminali utilizzate nella procedura di HSCT. Sebbene la preferenza sia rappresentata dalle cellule del midollo osseo di donatori allogenici, l’uso di cellule selezionate da donatori non correlati è diventato una scelta praticabile. I risultati presentati nell’articolo dimostrano che la somministrazione di allotrapianto di sangue dal cordone ombelicale fornisce risultati comparabili a quelli di pazienti a cui sono state somministrate cellule di midollo osseo. Si apre cosi una nuova finestra terapeutica nel trattamento HLH.

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